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“Uno spreco finalizzato a confermare la validità della riforma”

Il docente Franco Zambelloni spiega la propria opposizione alla sperimentazione de “La scuola che verrà”

Archivio CdT
Franco Zambelloni
 
13
settembre
2018
06:00
Gianni Righinetti

BELLINZONA - Il professor Franco Zambelloni non fa mistero del suo no netto al credito per la sperimentazione de «La scuola che verrà». Il Corriere del Ticino, dopo aver proposto ieri le riflessioni per il sì espresse dall'ex direttore del DECS Gabriele Gendotti, ha intervistato un contrario convinto: «Quello che temo è che una scuola come quella che, forse, verrà abbia anche un effetto diseducativo: temo che abolire formalmente ogni differenza di capacità e di merito possa avere un effetto demotivante per l'allievo» afferma Zambelloni.

Per un docente come lei, schierarsi per dire no alla sperimentazione de «La scuola che verrà» è un atto di coraggio o pura coerenza?
«Il coraggio non c'entra. Alla peggio ne verrà la reazione irritata di chi non ammette il dissenso dalle sue tesi: cosa da poco. Si tratta di coerenza: ho già avuto modo di esprimere molte perplessità sul progetto de "La scuola che verrà" ma analizzerei volentieri i risultati di una sperimentazione se avessi buoni motivi per ritenere che tale sperimentazione conduca a dati chiari e oggettivamente attendibili. Ma, come spiegavo recentemente, le condizioni perché questo avvenga non ci sono. Dunque, la spesa di parecchi milioni mi sembra uno spreco finalizzato solo ad avere un alibi che confermi, alla fine, la validità della riforma».
Ma a lei non piace solo la sperimentazione oppure ad essere indigesta è l'intera riforma? E cosa, per contro, ritiene si possa salvare dell'idea di Manuele Bertoli e del vertice del DECS?
«La riforma proposta dal DECS parte da principi validi e condivisibili, ma intende attuarli con provvedimenti che non trovo convincenti. Che la scuola debba sforzarsi di sviluppare al massimo le potenzialità di ciascun allievo è un principio indiscutibile, ed è quanto ogni bravo docente già tenta di fare. Ma credo che il realismo sia d'obbligo: tutti siamo uguali nei diritti, tutti siamo diversi per carattere, capacità e attitudini. Ora, "La scuola che verrà" tende a disconoscere, almeno formalmente, questa diversità. Quello che io temo è che una scuola come quella che, forse, verrà abbia anche un effetto diseducativo: temo che abolire formalmente ogni differenza di capacità e di merito possa avere un effetto demotivante per l'allievo. Inoltre, mi pare che le misure proposte per differenziare l'insegnamento contribuiscano ad accrescere disordine e confusione nella pratica didattica; che l'aggravio di lavoro dei docenti sia evidente; che la continuità didattica e il contatto docente-allievo, specie nella scuola media, risultino sempre più frammentati».
Pochi docenti escono allo scoperto per sostenere il referendum, c'è paura nel vostro ambiente? Ora il Movimento della scuola e l'OCST docenti hanno deciso di non dare indicazione di voto. Il che suona come un atto di sfiducia per Bertoli. Sarà questa la chiave di volta di una votazione per la quale pare andare di moda dire pubblicamente sì?
«La decisione delle due associazioni e le prese di posizione di tanti docenti mostrano le perplessità o la sfiducia di chi nella scuola ci lavora. Sono loro, i docenti, quelli che meglio possono valutare il problema. Chi non se n'intende farebbe bene a dar retta a chi se n'intende».

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